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Le 8 leggi dello storytelling #6: perseveranza.

La legge che aggiungiamo oggi è in voluto contrasto con quella della volta scorsa. Perché?

Perché le leggi che diamo, immaginatevele come tiranti di un unico tendone. Il tendone si chiama: reputazione. La reputazione è largamente sottovalutata, ed è tanto sottovalutata che qualcuno la supervaluta, in una sorta di meccanismo compensatorio. Facciamo un esempio immediato: se ho un ristorante meraviglioso e qualcuno mi lascia una recensione negativa su TripAdvisor, correre ai ripari è da mentecatti, e conferma solo la nostra poca tranquillità in merito al servizio. Una volta a un convegno vidi un relatore, fastidioso in ogni suo gesto, che diceva: “Una recensione negativa deve avere risposta entro mezz’ora o siete spacciati”.
Certo. Un ristorantino di Firenze non ha altro da fare che spendere mille euro per impiegare qualcuno a rispondere alle recensioni dei mille clienti che passano quotidianamente, come no! Ha senso rispondere alle recensioni negative argomentate, certo: ma la corsa mostra solo la nostra debolezza, e null’altro.
Ma dicevamo. La reputazione è largamente sottovalutata. E la reputazione è il tendone. Il tendone ha bisogno di tiranti, che sono: i princìpi che enunciamo. E i princìpi, come sempre, vivono di forze contrapposte, a volte di scontri tra loro. Li enunciamo perché sono otto, e perché han bisogno di picchetti. Da una parte la flessibilità, qua la perseveranza. E noi?

E noi, con la nostra azienda, siamo sotto. Abbiamo le tasse da pagare. Abbiamo i contributi. Le insegne coi loro costi. Le ads. Abbiamo la fidelizzazione, i costi della materia prima, la concorrenza. Abbiamo le normative, abbiamo le contravvenzioni, il furgoncino che si è rotto, il container che è stato fermato alla dogana. Sotto, c’è tutto. Questi princìpi reggono il tendone che ci protegge.

Perché perseverare in una campagna di storytelling? Perché una campagna è stata elaborata, pensata, studiata. Perché è stata concertata, che vuol dire che persone professioniste ci hanno affiancato nel raccontare al mondo chi siamo, non snaturando la nostra figura ma rendendola piacente agli occhi – non hanno sostituito noi con dei modelli, per dire, ma ci hanno messo a dieta, studiato un’acconciatura e un abito giusti. Perché, inoltre, abbandonare alla prima critica è stupido: cercate, ora, un qualsiasi video su YouTube che abbia più di mille visualizzazioni, cercate il più bello che ci sia, e guardate i dislike.

Vi faccio un esempio. Ho scelto a caso. Child in time dei Deep Purple, live 1970. 20 milioni di visualizzazioni. 2.240 persone, al momento, hanno messo il loro pollice verso.

Credete che per questo i Deep Purple siano un gruppo meno importante nella storia del rock?

Riders on the Storm dei Doors, uguale: 25 milioni di visualizzazioni, 2.000 dislike. Una base fondamentale di tutte queste leggi – tornando alla metafora del tendone, la chiameremo: il terreno – chiede: il rispetto nei confronti del cliente. Un’altra: il rispetto nei confronti della nostra attività. Una terza: il rispetto nei confronti del sistema.

Senza la prima, pensateci, siamo offensivi. Senza la seconda, siamo perdenti. Senza la terza, siamo mafiosi.

Essere flessibili significa rispettare il cliente. Essere perseveranti significa: credere in noi, e nel nostro storytelling. Se abbiamo una storia da raccontare, e una storia da tramandare, e una storia da custodire, è anche perché abbiamo fatto guscio a questa storia nel corso degli anni; è perché di fronte alle intemperie ci siamo curati di portarla avanti.
Fermarci ora perché a qualcuno non è piaciuta significa dare a quel qualcuno il potere di un pollice verso contro il nostro pollice in su. E, checché se ne dica, ricordatevelo: rispettare il cliente a fondo significa anche ammettere che no, col cavolo che ha sempre ragione.

Ma proprio no.

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