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La quiete dopo la tempesta

Mettiamo che un giorno andiate a fare una gita al largo su una barca con un amico. Era da tempo che vi volevate concedere una possibilità del genere; avete controllato tasche e calendario, avete studiato le condizioni meteo e avete deciso che sì, alla fine qualche rischio si corre, ma il gioco – si sa – vale la candela. Mettiamo che l’amico, un po’ più esperto di voi, vi guardi arrivare e dica Non puoi imbarcare tutto quel peso: se le condizioni meteo si fanno avverse rischieremo di naufragare. Mettiamo che ascoltiate l’amico e vi disfiate di pesi; lui è andato sottocoperta a controllare che tutto fosse a posto per il lungo viaggio che vi attende, ma voi controllate i chili lasciati giù e le scelte fatte vi sembrano sensate. Però poi il temporale arriva – perché nella vita, lo avete già sperimentato, il temporale arriva; e porta con sé problemi e possibilità nuove, assi che si possono infilare nell’elica o cui vi potete aggrappare, va così. Le onde si fanno alte, poi schiumano, il cielo nella direzione verso la quale puntate si inscurisce e ispessisce; non era un temporale, è proprio tempesta. L’amico, mentre i cavalloni rischiano di sbalzarvi in acqua e capovolgere la barca, vi dice: Tira fuori i salvagente, presto! E voi, guardandolo increduli, gli rispondete: Ma mi avevi detto di liberarmi di pesi di troppo?
Questa situazione è assurda. Ed è una delle situazioni più comuni che un’agenzia di comunicazione si trova a dover fronteggiare.
Ne abbiamo già parlato in passato: ogni azienda svolge, nella produzione di un bene o di un servizio, un lavoro di comunicazione.
Pensateci: ci sono un’azienda, un prodotto, un cliente. Uno, due e tre. L’azienda deve comunicare ciò che crea, ciò che viene comunicato è il prodotto, chi deve capirlo (comprandolo, noleggiandolo, sfruttandolo, ecc.) è il cliente.
Come un’imbarcazione, che è il prodotto, che passi da un porto – l’azienda – a un altro – il cliente. Indipendentemente dalle mareggiate. In tutto questo, l’agenzia di comunicazione serve per muovere il bene verso il cliente (per esempio: pubblicizzando il prodotto nei canali che ritiene più consoni); o per muovere il cliente verso il bene (per esempio: mostrando al cliente un bisogno che non sapeva di avere). Come se potesse contemporaneamente essere una sorta di radar, se vogliamo, o se potesse spostare il porto un po’ più vicino. Ma non solo. L’agenzia serve anche per spiegare all’azienda il motivo per cui l’azienda stessa si è costituita, visto che non posso comunicare ciò che sono e il motivo per cui ho iniziato le mie attività se non l’ho capito io; e qui fa da faro. Serve per posizionare il prodotto, nominarlo, riconoscerlo e farlo riconoscere, valorizzarlo; e qui fa da radio a bordo. Serve per capire chi è veramente il cliente; e qui fa da carta geografica. Ossia: una buona agenzia di comunicazione serve per capire bene quei tre elementi (azienda, prodotto, cliente) e metterli in comunicazione tra loro. Senza questi elementi, l’azienda può sperare solo in un colpo di fortuna; che equivale a dire imbarcarsi nel Pacifico con una barchetta da diporto, segnarsi, partire.
Quando in agenzia ci sentiamo dire: Devo tagliare i costi della comunicazione, è esattamente come se ci sentissimo dire: Mi avevi detto di liberarmi di pesi di troppo. Un corretto studio delle risorse, basato su elementi logici, aiuta a individuare i fardelli di cui è necessario liberarsi – tagliando o riallocando; di questi l’ultimo è l’agenzia di comunicazione, che nel caso saprà individuare moduli alternativi per mantenervi a galla e, passata la sfuriata, farvi riprendere la navigazione. E questo vi riguarda, soprattutto dal momento che quella barca, lo sapete, è vostra.

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