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Gli inglesi, l’ascensore e Despacito

Un paio di settimane fa ero a Londra per seguire un seminario. Il seminario durava tre giorni, i tre giorni centrali dei cinque in cui ho soggiornato in un appartamento in Caledonian Road; il primo e l’ultimo giorno li ho utilizzati per passare del tempo alla Tate e alla National Gallery, gironzolare per Londra, guardare la differenza tra loro e noi. Un giorno, in ascensore, ho compiuto l’Errore Fatale. Sono entrato insieme a una decina di persone, eravamo al secondo piano della Tate, gli ascensori sono molto larghi; mi sono disposto in circolo, come in Italia, e ho percepito l’imbarazzo delle persone intorno a me che si sono sentite in obbligo di intavolare una semidiscussione. Là in ascensore si sta a file, non in cerchio; non erano pronti a una situazione del genere. Questo errore mi ha ricordato l’importanza degli ambienti nei luoghi di lavoro. Ho avuto la ventura, e la sventura, di lavorare in diversi uffici, con diverse mansioni. Alcuni luoghi li ho vissuti per un mese o poco più, la durata di uno stage; altri, anni. E mi sono accorto, ogni volta, che l’ambiente in cui stavamo era il mondo; e che il modo in cui il mondo intorno a noi viene gestito, non c’è nulla da fare, cambia le persone, il loro atteggiamento, il loro rendimento. Per dire. Una volta mi capitò un ufficio in cui per andare in bagno dovevi passare di fronte alla scrivania del capo, frontale rispetto a noi. Ci sentivamo a scuola; il mio monitor era visibile rispetto alla persona che mi stava alle spalle, e questo mi faceva sentire più controllato di quanto non fosse opportuno. Oppure. Una volta, di un ufficio in cui lavoravamo in due, non avevo le chiavi perché non si fidavano a lasciarmele. Quindi capitava che alle cinque del mattino mi svegliassi perché l’altra persona poteva lavorare solo dalle sei a mezzogiorno; poi mi mandava un messaggio alle cinque e mezza, mi diceva: Mi dispiace, ho avuto un intoppo, e dovevo prendere la metropolitana e tornare indietro, al letto delle sette del mattino, sperando di riprendere un’oretta di sonno per andare in telelavoro. Non sto parlando di condizioni di lavoro assurde. O, meglio, sì: lo sono e lo sono state, ma se sondate fra le vostre conoscenze vi stupirà notare come siano solo la punta di un enorme iceberg di non comprensione della natura umana. Se volete che i vostri colleghi, i vostri dipendenti – e voi stessi – lavorino in buone condizioni, assicuratevi che tutto quanto ha a che fare con l’ambiente lavori a favore, e non cospiri contro. Luci, pulizia degli ambienti, musica al volume adeguato – non quella orrenda Despacito buttata a volume violento nel ristorante giapponese in cui sono andato una settimana fa -, comprensione del fatto che le persone lì dentro passano ore e lavorano, e quindi empatia nei loro confronti che vi eviterà di mettere mega schermi con i video delle vostre pubblicità in loop, o neon traballanti; e poi ancora buon riscaldamento, aria condizionata, accesso all’aria e a spazi adeguati. Quando oggi tengo corsi di scrittura o comunicazione, per dire, la prima cosa che controllo è l’altezza dei soffitti, la possibilità di avere accessi all’esterno per fumare, le dimensioni della sala. Ricordatevi che il modo migliore per trattare i colleghi è ricordarsi che non sono una famiglia, sono colleghi lì per lavorare e per creare un ambiente sinergico; e proprio per questo meritano un trattamento al pari di quello che riservereste al vostro miglior cliente. Altrimenti, l’effetto ascensore di Londra vi attende. E no, non è stato un bel momento.

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